CLOTILDE

La signora Clotilde camminava ricurva nel suo abito nero.

Un fazzoletto, anch’esso nero, le copriva i capelli come una manta famelica avviluppatasi sulla piccola testa, e le incorniciava il viso smunto, esangue, chiazzato di lentiggini solari.

Veniva giù da una stradina lastricata di sanpietrini, che, come specchietti sotto il sole inclemente di fine luglio, abbagliavano più delle campane tirate a lucido, collocate sulla torre della chiesa medievale che Clotilde si lasciava alle spalle.

La sua figura scura ora si fermava davanti a un nasone, in attesa che un cane meticcio, con il pelo imbrattato di fango e inghirlandato, suo malgrado, da forasacchi, finisse di leccare l’acqua dal piccolo contenitore posto alla base in cui si andavano a dissetare anche i topi, i piccioni e le rane.

Di Clotilde nessuno conosceva la storia.

Non aveva mai risposto a un saluto o ricambiato un sorriso di circostanza.

Mai aveva reagito agli insulti dei bambini che la deridevano.

Una sola volta aveva guardato, fissandolo con i suoi occhi bellissimi e azzurri, un moccioso che le aveva tirato una pietra.

Assisteva alla messa in silenzio, non ricambiava il segno della pace, non profferiva un amen ricevendo l’ostia consacrata.

Muta non lo era.

Se ne stava ore, sul balconcino della sua casa in pietra, a coltivare i fiori e le erbe aromatiche e a cantare romanze d’amore.

Persino la primavera si accostava timida a quell’esplosione di nuovi colori, ai petali carnosi e rigogliosi che si aggrovigliavano incoercibili tra la ringhiera, tuffandosi poi, come giovani ballerine sincronizzate, in un volo d’angelo e ricadendo tra le braccia di un dio prodigo ad accoglierle.

Non seppi mai la sua età, o se avesse figli, o se aveva qualcuno da voler bene.

Di tutte queste domande non ebbi mai risposte.

Lei sparì in una notte.

Qualcuno giura di averla vista andare via in un’auto di lusso nera.

Aveva lasciato un barattolo di latta, contenente dei semini, davanti alla nostra porta di casa.

Quando l’inverno ingabbiava il paese nella sua nebbia di acciaio, Clotilde la si poteva intravedere sulla loggia, avvolta in un bouquet di gialli gelsomini, quei fiori gentili, galvanizzati dal vento, che viaggiavano nell’aria come stelle di neve.

Angela Rini


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