La novella del sindacalista scalzo – capitolo 6°

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Il senso di colpa e di inadeguatezza può diventare un morbo che opprime la mente.

Un tarlo che non ti abbandona mai, che ti fa sentire indegno di continuare a camminare a testa alta in mezzo agli altri.

Che ti impedisce di guardare ancora negli occhi le persone che ami.

Vorresti sotterrarti, scomparire dalla faccia della Terra.

E non c’è nulla che possa farti cambiare idea, in certi momenti, quando cadi in quel buco profondo che ti porti dentro.

Questo è successo al nostro caro Salvatore.

Si è sentito solo, abbandonato da amici e familiari, con le spalle al muro.

Si è sentito in colpa per essersi imbarcato in un’avventura più grande di lui.

Si è sentito schiacciato e umiliato

quando la direzione gli ha presentato la lettera di licenziamento.

Lui, che voleva solo difendere la sua dignità e quella dei suoi compagni.

Che voleva giustizia per il suo collega, morto sul posto di lavoro.

Lui, che di colpo si è ritrovato senza lavoro e senza uno scopo.

Lui, che ha scelto di lasciarsi andare.

Permettetemi di rendere omaggio ai suoi ultimi giorni, alla sua triste storia.
E scusate se, per un momento, il tono ironico che fino a qui ha accompagnato la mia narrazione si spezzerà in un dramma umano che ci riguarda tutti.
Perché può capitare a chiunque di noi.

Questa è la sua storia.

Quella mattina si era diretto alla miniera di buon’ora, come faceva ogni mattina da dieci anni.

Insieme ai colleghi e alle colleghe, passeggiava verso l’ingresso principale della cava, godendosi l’aria fresca delle prime ore del giorno.

Di colpo, fu fermato e identificato dagli addetti alla sicurezza degli accessi.

Gli consegnarono una lettera.

Lui l’aprì, sapendo già in cuor suo cosa lo aspettava.

Alcuni amici si fermarono con lui, a leggere increduli il contenuto di quella comunicazione affrancata con il marchio aziendale e la firma del direttore generale.

Licenziamento per motivi disciplinari. Inappellabile.

Per qualche istante fu circondato dall’affetto dei presenti, che però dovettero presto salutarlo per non fare tardi.

Fu tentato di assaltare gli uffici e spaccare tutto. Di aggredire il direttore generale e chiunque gli capitasse a tiro, compreso quel suo viscido assistente.

Ben presto la rabbia fu sostituita da tristezza e disperazione.

Rimase seduto a terra per diverse ore, nel punto esatto in cui gli era stata consegnata la comunicazione che ancora teneva in mano e osservava smarrito.

Si decise ad alzarsi e a dirigersi mestamente a casa, da Teresa, dai suoi bambini.

E già si domandava come avrebbe fatto a spiegare tutto questo.

Si immaginava il volto dei suoi cari, dei suoi suoceri, una volta saputo che non avrebbe più potuto mantenere la sua famiglia.

“E ora che cosa faccio?” continuava a domandarsi.

Non riusciva a trovare risposte.

Quando Teresa lo vide arrivare, capì che era successo ciò che temeva da tempo.

Gli corse incontro, lo abbracciò e pianse con lui.

Poi arrivarono i bambini e le bambine, fecero lo stesso, non capendo bene il motivo, ma travolti da quel dolore improvviso espresso dai due amati genitori.

Aveva un brutto carattere, Salvatore, lo sapevano tutti. Ma non si meritava questo trattamento. Non si meritava di essere l’unico ad essere punito, per educare gli altri all’obbedienza.

Sapevano bene la sua situazione personale e familiare, sapevano quanto fosse importante per lui quel lavoro.

I giorni successivi passarono lenti, egli non sapeva darsi pace.

La notizia si diffuse e tutti cercammo di essere presenti, di fargli sentire la nostra vicinanza e solidarietà. Ma tutto questo evidentemente non bastò.

Quella terribile mattina, sul presto, Teresa era uscita in giardino a fare il bucato, come era sua abitudine dopo aver preparato la colazione per tutti.

Non vide suo marito al suo risveglio, pensò che avesse deciso di fare una passeggiata lì attorno, come era solito fare quando dormiva male.

Accortasi che non rientrava dopo diversi minuti decise di controllare in giro, mentre i bambini ancora dormivano nei loro caldi lettini.

Vide la porta del capanno degli attrezzi leggermente aperta, pensò stesse lavorando.

Salvatore, amore, vieni che la colazione è pronta! Salvatore! Salvatore…

La testa fece capolino oltre la soglia e lo vide:

un corpo inerte, ciondolante, appeso per il collo alla trave del soffitto.

Lanciò un grido che si sentì in tutto il circondario, si lanciò su di lui, tentò con tutte le forze di sollevarlo, ma non riusciva, era lì da troppo tempo. Rigido come una lastra di marmo.

Si accasciò al suolo. Non aveva potuto salvarlo, non aveva saputo stargli vicino. Non era servito ripetere instancabilmente “troveremo una soluzione, insieme”.

A nulla era valso il calore della sua gente.

Schiacciato dal dolore e dall’umiliazione, Salvatore si era ucciso e non avrebbe più guardato con appassionato amore negli occhi della sua amata Teresa.

Francesco Ciancimino

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