REWIND
La Cascata
Se tutto doveva finire, almeno sarebbe successo con davanti agli occhi un panorama che amavo: la
natura.
Sarei dovuta nascere fiore: sarei stata sicuramente più rilevante di quanto non fossi allora.
Sarei dovuta scappare, ma non avevo rifugi.
L’unica scelta era dissolvermi.
Avrei voluto essere assorbita dalla terra, per sperare di rinascere come un bocciolo, libera dai pensieri che mi avevano lacerato fino ad allora.
Mi ero adeguata alla vita, ai suoi ritmi. Mi ero adeguata anche a te, che non avevi mai notato i miei
sforzi, convinto che ti fossero dovuti.
Sei sbagliato tu? Sono sbagliata io?
Forse un tempo la connessione era diversa, ma ora si era sgretolata e ricomporla era impossibile.
Se potessi, riscriverei la mia storia, come si faceva un tempo con i messaggi: prima quelli veri, poi
quelli superficiali, scritti solo per evitare domande scomode.
Prima della fine.
“Quanti dettagli oscurati da occhi avvelenati da quel sentimento distruttivo: l’amore. Nulla ti lacera
così a fondo quanto esso.”
Quante volte avrei voluto schiaffeggiarmi, urlare tutta la rabbia che maceravo dentro da anni. Aveva intaccato la mia anima fino a fondervisi.
Questa è solo una patetica storia: una trentenne che si sentiva addosso il doppio dei suoi anni.
Sciocca. Mi ero illusa così tante volte. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Io ero masochista: avrei potuto ambire al podio per quanto ero brava a distruggermi con le mie stesse mani.
Era il mio trentesimo compleanno e lo stavo trascorrendo in solitudine. Girovagavo per la città alla ricerca di un bar in cui annegare le mie delusioni.
L’alcol non era una salvezza, ma potevo fingere che lo fosse: un’altra bugia da aggiungere alla lista.
Il 13 novembre, una gelida notte.
Indossavo un giubbotto pesante verde scuro – che pessima scelta di colore.
Sotto, una felpa nera col cappuccio alzato, un paio di jeans neri e i miei amati anfibi, anch’essi neri. L’unica nota di colore era una sciarpa rossa che mi copriva metà volto, appena sotto gli occhiali.
Con le mie amiche ero stata sincera: avremmo festeggiato un’altra sera. Non si erano convinte subito, ma le avevo supplicate.
Avevo bisogno di quella notte: l’ultima da “sottona disperata”.
Avevo promesso che sarei tornata quella di una volta, quella sorridente, quella pazza e scatenata.
Ci credevo davvero: volevo tornare quella di un tempo, lo desideravo più di ogni altra cosa.
Ero stanca di interpretare i silenzi, di captare parole che non avevano mai trovato la forza di uscire allo scoperto. Di sforzarmi per due, di amare per due. La mia distruzione, ero stanca di coltivarla.
Se solo avessi provato ad amare me stessa, forse la mia vita sarebbe stata diversa.
Ma l’unico amore che sentivo intensamente era quello per l’arte: la comunicazione più profonda che l’essere umano avesse creato. Davanti a lei le parole impallidivano, quasi insignificanti.
La mia vita non era stata lunga, ma almeno avevo deciso io la mia fermata.
Una delle poche scelte fatte davvero da sola.
Ultima fermata.
Presi un foglio bianco.
Avevo un nodo in gola: anni interi sarebbero finiti in poche parole, prive di amore, intrise di risentimento.
Scrissi quel biglietto calcando ogni singola lettera, quasi bucando il foglio:
“Sono all’inferno, ed è lì che ci ritroveremo. Se non mi trovi, cerca il trono: sarò lì ad aspettarti.”
Non restava che andarmene.
Quando chiusi la porta alle spalle, mi chiesi quanto tempo ci avrebbe messo l’ultimo ricordo di me a dissolversi nel nulla. Forse meno di quanto pensassi.
Il viaggio in macchina fu lungo, interminabile. Le lacrime furono le mie uniche compagne. Il dolore era indescrivibile: se dovessi dargli forma, sarebbe come avere infinite schegge di vetro dentro di me, e ogni minimo movimento un taglio.
All’esterno, un involucro intatto: un sorriso falso stampato.
Dentro, la devastazione.
Arrivata a destinazione, il panorama fu come un cerotto: non poteva guarirmi, ma rendeva il dolore sopportabile.
Il vento mi accarezzava come nessuno faceva più da tempo. Presto avrei trovato la pace che questo mondo mi aveva negato.
Soffrivo di vertigini, ma non tremavo. La paura era minore rispetto al dolore che mi lacerava.
Feci un respiro profondo e guardai la vastità della natura che mi circondava.
Per la prima volta mi sentii parte di essa, non più insignificante.
Mi gettai.
Il dolore cessò. Non sentii più nulla.
Finalmente ero libera.
✨ Epilogo – Il Tempo (di nuovo)✨
Alla fine, il tempo si riprende tutto.
Anche le maschere.